lunedì 14 luglio 2008

Alexander

Mano a mano gli occhi di Eric cominciavano a distinguere i dettagli del corridoio, le porte, le scale, i quadri sulle pareti. Il sangue colava sul suo volto lasciandogli scie rosse sulle guance e sulla fronte. I vestiti erano bucati per via delle schegge e, dolorosamente, riuscì a togliersi i pezzi di vetro ancora incastrati nei suoi muscoli. La preziosa giacca era ormai inguardabile, mentre la camicia bianca era macchiata e increspata in numerosi punti.
In piedi nel corridoio, subito il suo pensiero si rivolse all'uomo sopra la cabina: dov'era ora? Come fuggirne? Tuttavia non ebbe il tempo di farsi prendere dal panico, in quanto sentiva premere la canna della pistola contro il suo cranio posteriore. "Non girarti. Non fare domande. Segui il corridoio e entra nella stanza in fondo." disse a Eric; pochi metri dopo, aggiunse: "Ah, dimenticavo: io sono Alexander, e non te ne scorderai facilmente.". Detto ciò, giunsero alla stanza in fondo ed aprirono la porta, entrando in una sala per riunioni dove una persona lo stava aspettando. Una persona che Eric conosceva molto bene.

Conto alla rovescia

Eric sentì le viscere risaligli il torace e si sentì leggero come non mai mentre la sua piccola e singolare prigione iniziava la caduta libera. La velocità aumentava inesorabilmente mentre Eric iniziava a capire cosa provavano i paracadutisti. Le cifre rosse scandivano la discesa, il countdown alla morte...

120... 119...

L'uomo era sballottato all'interno dell'ascensore come una pallina. Cercò di mantenersi in equilibrio appoggiandosi alla parete ma uno scossone lo spinse contro la specchiera, infrangendola con la schiena.

100... 99...

Lui cade sul fondo in mezzo alle schegge di vetro, sente il dolore bruciante delle ferite e il caldo fluire del sangue fuori dalla pelle. Cercò di issarsi per risollevarsi ma tuttò fu vano e cadde nuovamente sulle schegge. Imprecò ad alta voce per soffocare il dolore.

84... 83...

Eric poteva sentire il fetido alito del sinistro mietitore sul collo pronto ad allungare su di lui la sua gelida falce. Poteva sentirlo, poteva vederlo, vedere le sue eteree mani scheletriche appoggiarsi sulla sua spalla prima del momento finale.

72... 71...

Inoltre la velocità sembrava aumentare senza limiti. Le sue budella sembravano non poter sopportare oltre, Eric si girò verso un angolo dell'ascensore e vomitò tutto quanto aveva in corpo. Sudato, sporco e ferito, si abbandonò sul fondo dell'ascensore mentre le lacrime gli solcavano il viso.

50... 49...

E d'improvviso l'ascensore sembrò meno spaventoso, sembrò meno mortale. Eric ci mise un po' a realizzare che l'ascensore stava progressivamente rallentando. Si guardò intorno incuriosito, quasi indispettito che dovesse aspettare ancora per giungere alla fine.

34... 33...

Rimettersi in piedi gli fu facile, spinto dalla novità. Battè i pugni sulla porta cercando di chiamare qualcuno ma nessuno poteva sentirlo. L'ascensore continuava la sua discesa e Eric si sentì le gambe molli. Uno scossone lo rimandò a terra...

21... 22...

Eppure l'ascensore sembrava davvero rallentare, oltre qualsiasi razionale motivo. Eric fissava i numeri sul display e vedeva il countdown rallentare progressivamente, sentiva il falciatore allentare la propria presa, sentiva le sue viscere rimettersi al loro posto.

15... 14...

13...

Dling.

Come se niente fosse, le porte si aprirono inondando la cabina di una luce bianca ed accecante. Dopo tanto tempo nella penombra, Eric fu costretto a strizzare gli occhi per poterci capire qualcosa. La luce accecante lo sommergeva e lo sgomento faceva da padrone. Cosa ci faceva tanta luce in mezzo al blackout? Trovò comunque la forza d'alzarsi e toccare col piede il pavimento del 13° piano.

Le corde

La sua voce era ancora impastata per via del lungo sonno, così come i sensi captavano confusi i rumori del palazzo. Dalla grata, in quel silenzio d'acciaio, si poteva sentire il battito della pioggia sul tetto. Un passo pesante echeggiò per tutto il 129° piano; Eric rapidamente si alzò in piedi barcollante e iniziò a bussare con forza sulle porte dell'ascensore, urlando come un forsennato. Il suono si diffuse per tutto l'edificio.

L'uomo si trovava nella tromba dell'ascensore, quando udì la voce di Eric. Con decisione impugnò la pistola, si gettò sul tetto della cabina dalle porte del 130° piano.
Mirò alle due corde d'acciaio che tenevano in trazione l'ascensore e con due colpi rapidi le tagliò.
L'ascensore iniziò a cadere nel baratro.

Subito l'uomo prese la ricetrasmittente e disse: "Parte uno completata. Inizio fase due. Passo e chiudo". E giù, nel baratro. Ancora per poco.

domenica 13 luglio 2008

La Nebbia

La mente cadde in un vortice oscuro di ricordi e pensieri che si fondevano in modo autonomo dando vita ad un sogno. Eric poteva vedere i capelli rossi dell'ormai ex-ragazza mossi dal vento. Voleva correre verso di lei, protendere le braccia e stringerla a sè come un tempo, sentire il suo esile corpo fremere al tocco. Tentava di correre ma i suoi piedi erano pesanti, macigni di pietra attaccati alle caviglie e la ragazza si faceva sempre più lontana, sempre più sagoma eterea dietro una coltre di nebbia oscura. Vedeva il suo lungo abito nero danzare al vento in armonia con l'ondeggiare dei suoi capelli. La ragazza era immobile e, benchè lontana, gli giungeva la sua voce nitida. "Addio" diceva, "addio Eric". No, non poteva lasciarla andare via. Non l'avrebbe persa un'altra volta. Così Eric si sentì buttarsi in ginocchio e trascinarsi lentamente, trascinare il suo corpo pesante restio al movimento finchè la ragazza scomparve definitivamente dietro la nebbia, nebbia che s'addensava sempre più, buia ed oscura, solida. La nebbia vorticava attorno a lui come un ciclone fino a svanire e rivelare le pareti interne di un'ascensore con le sbarre alla porta. Una cella. Poi d'improvviso il Dong, un suono metallico ed echeggiante. Eric si svegliò di soprassalto sul fondo dell'ascensore. Niente sbarre alla porta, nessuna nebbia oscura... ma quel suono... era sicuro d'averlo sognato. Eric si asiugò la fronte imperlata di sudore ed appoggiò l'orecchio alla porta dell'ascensore. "C'è qualcuno? C'è qualcuno là fuori?"

sabato 12 luglio 2008

Sogni d'Acciaio

Non era una bella giornata per Eric. La batteria del cellulare non sarebbe durata a lungo e nulla in quel momento poteva confortarlo. Almeno, nulla di quello che sapeva.
Pochi giorni prima aveva lasciato la sua ragazza: "Sei troppo attaccato al tuo lavoro, ti sei pure scordato come mi chiamo, bastardo!" furono le sue ultime parole.
Chi infatti, se non lui, quel giorno si sarebbe recato lo stesso al lavoro. Il tempo non era dalla sua parte e nemmeno i suoi colleghi, che il giorno prima avevano deciso assieme di non recarsi in ufficio: ma Eric non era d'accordo, ponendo sempre il lavoro sopra ogni cosa, non dando spazio a scioperi o sciocche superstizioni.
Eppure la costanza non l'aveva premiato: era lì, solo, in quel cubo angusto di pochi metri quadri.
Fili d'aria fredda giungevano dalla grata, ricordandogli che fuori il mondo ancora viveva.
Erano passate due ore da quando era scomparsa la corrente, due ore e tre minuti da quando era entrato nel grattacielo.
Fermo al 129° piano, contemplava l'indicatore di segnale del telefonino, constatando che non avrebbe potuto contattare nessuno.
Spinto dalla noia e dall'oscurità, si sedette e poi si sdraiò sul pavimento d'acciaio. E s'addormentò. Un sonno che si sarebbe interrotto in modo drastico.

Dannazione.

Continuò a far ticchettare la penna, sempre più velocemente, quasi a voler competere con il suo battito cardiaco, notevolmente accellerato a causa della situazione. Solo, al buio, con chissà quanto ossigeno restante.
Il pollice continuò a premere, sempre più velocemente, rapidissimo, finchè la penna non gli saltò letteralmente di mano.
"Dannazione." Non si chinò per cercarla a terra, ma mantenendo sempre il contatto con le pareti dell'ascensore arrivò a toccare il pannello dove ripetutamente pigiò il tasto dell'allarme.
Sentì il suono della campanella, ma non altro.
"Dannazione."
Si sedette a terra, stanco, nervoso. Voleva fumare, si fumare. La nicotina l'avrebbe aiutato. Cercò nelle tasche della sua giacca accendino e sigarette, ma non le trovò. Un mese fa ha smesso di fumare.
"Dannazione."
Il Cellulare! Potrebbe essere d'aiuto.
Quello si, lo trovo nelle tasche, ma all'interno dell'ascensore non c'è campo.
"Dannazione."
A qualcosa serve però, con esso può far luce.
Osservò leggermente l'ascensore, che usò per anni in passato, ma a cui non ha dato mai tanta importanza.
Con la luce del cellulare arriva a illuminare il soffitto. C'è una grata per l'aria.
"Almeno non morirò soffocato. Dannazione."

Lo specchio

L'uomo si allentò la cravatta ed abbandonò la valigetta alle grinfie della forza di gravità. L'aria nell'ascensore era poca e rapidamente diventava calda, pesante. L'ascensore era illuminato solo dalla minuscola lampada d'emergenza che gli conferiva un'aria fredda e surreale, come qualche vecchio film dell'orrore. L'uomo sentiva la stanza chiudersi su di sè e l'agitazione salire mentre attorno a lui solo il silenzio regnava, tanto profondo da poter sentire il battito del proprio cuore. Asciugandosi il sudore dalla fronte iniziò a far ticchettare una penna lucida tra le dita mentre nella penobra spettrale osservava il proprio volto riflesso nello specchio. Le ombre gli disegnavano scavature malvagie su un volto che non riconosceva più. Il ticchettio della penna accelerò. Lentamente, sentì la sua mano sollevarsi, con naturalezza. Si appoggiò allo specchio e l'uomo potè sentire il sudore bagnare la superficie sporca e liscia. In quell'ascensore sempre più piccolo e sempre più afoso, il fresco tocco della superficie dello specchio sembrò ristorarlo. Allargò le dita per poter godere di quella senzazione così fresca, addirittura troppo fresca. Fredda. Gelida. Surreale.

Nubi Fragili

Il vento possente si abbatteva sulle enormi palme cresciute ai bordi della strada che attraversava Los Angeles, producendo rumori nefasti. Nubi nere e dense volavano basse sopra la città, incutendo terrore agli abitanti rintanati nelle loro case. I fulmini squarciavano il cielo illuminando le nuvole per chilometri e chilometri, mentre i tuoni impaurivano chi aveva ancora il coraggio di vagabondare per le vie.
In uno dei più alti grattacieli della città, sede di una grande multinazionale, il parafulmini assorbiva i lampi, avido di elettricità, mentre le quattro facciate dell'edificio, ricoperte totalmente di vetri a specchio, riflettevano i colori scuri presenti nell'aria. Un uomo, bloccato nell'ascensore per via del blackout, attendeva agitato l'arrivo di qualcuno che l'avrebbe aiutato: tuttavia il palazzo era completamente deserto; tutti i dipendenti erano fuggiti nei loro alloggi, abbandonando affari da miliardi di dollari nei 145 piani.